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Oltre l'articolo sulle "le malattie" pubblicato su ALCEDO di dicembre 2005 a pagina 96; l'articolo sull'Ovofagia" pubblicato su ALCEDO di dicembre 2006 a pagina 90, l'articolo su "salviamo la zampetta" pubblicato su ALCEDO di dicembre 2008 a pagina94; ( vedi Alcedoedizioni.com ............ sono stati pubblicati, su altre riviste ornitologiche, i seguenti:

L’ALTRO ALLEVAMENTO OVVERO LA MUTAZIONE NEL VERZELLINO.

(pubblicato sulla rivista Alcedo n.51 maggio 2010)

O.K. il cardellino è il massimo, per un allevatore di indigeni, almeno a mio avviso. Ma perché trascurare il verzellino.
E’ un paradosso, si alleva di tutto, ma quanti sono gli allevatori di verzellino?
Forse in Italia abbiamo perso il verzellino fronte rossa, ma almeno dedichiamoci al nostro verzellino. E’ forse da meno dal ventre giallo o dal Mozambico? No !
Basta vederlo nella mutazione agata per rendersi conto che è un piccolo gioiello di colore, forma e posizione.
Da alcuni anni ho ridotto la coppie di cardellini per far spazio al verzellino e tentare di introdurre alcune mutazioni.
Ho operato la selezione in due direzioni per testare la fertilità: quella di ritorno verso il canarino e quella di ritorno verso il verzellino, partendo sia dal maschio che dalla femmina di verzellino.
Superflua la descrizione del fenotipo del verzellino. Per quanto riguarda i risultati vedere le foto allegate in cui assieme alla verzellina sono ritratte una bruna e una satinè (R3) , e un’agata (R4), teoricamente con sangue verzellino intorno all’80%.
Accoppiamenti eseguiti:

1 – Verso il canarino.
Maschio verzellino x canarina mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25 uova = 20 nati).
F1 x canarina
Risultato R1 = femmine fertili al 20% (un piccolo a nidiata), maschi fertili al 100%.

- Al contrario
Femmina verzellina x canarino mutato
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 50% (24 uova = 11 nati).
F1 x canarina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 80%(26 uova = 20 nati).
R1 x canarina
Risultato R2 = femmine fertili al 20%(un piccolo a nidiata), maschi fertili al 100%.

Da questa esperienza deduco che partire utilizzando la verzellina si ha una minore percentuale di fertilità. Per quanto riguarda l’aspetto fenotipico già gli R1 sono identici al canarino.

2 – verso il verzellino.
Maschio verzellino x canarina mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25 uova = 20 nati).
F1 x verzellina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 40% (25 uova = 9 nati).
R1 x verzellina
Risultato R2 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 20% (25 uova = 4 nati).
Oltre alla scarsa fertilità diventa anche impegnativo individuare i portatori di mutazione testandoli prima con canarine. Ma la cosa peggiore è che le poche femmine mutare R2 risultano ancora sterili.

Al contrario
Femmina verzellina x canarino mutato
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 50% (24 uova = 11 nati).
F1 x verzellina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 30% (20 uova = 5 nati).
R1 x verzellina
Risultato R2 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 10% (22 uova = 2 nati).

Certamente le cifre sono esigue per parlare di una vera e propria statistica.
Ovviamente oltre alla scarsa fertilità dei maschi c’è la difficoltà di individuare i portatori di mutazione. Inoltre i primi piccoli a morire o nel nido o durante la muta sono le mutate. E le poche mutate sopravissute sono fragilissime.
In conclusione mentre il ritorno al canarino è abbastanza facile, nel ritorno al verzellino è proprio la verzellina a ridurre la fertilità dei figli e impedire che nasca il maschio mutato.

Unica affermazione che mi sento sicuro di fare è che il canarino mosaico discende dal verzellino.
Nell’accoppiamento di un canarino brinato con una verzellina, buona parte dei figli sono mosaico, e soprattutto le figlie femmine sono delle bellissime mosaico molto tipiche.
Visto che, un canarino brinato non può essere portatore di mosaico, non ci sono dubbi che la mutazione mosaico la ha trasmessa la verzellina. Provare per credere.

Un’altra strada che ho seguito è una specie di “bilaterale alternato”. In pratica cerco di mantenere sicura la mutazione introducendo ad anni alternati la mutazione.
Così è più facile non disperdere la mutazione e la fertilità dei maschi è maggiore.
Unico inconveniente: ci vogliono il doppio degli anni per fissare una mutazione.
Gli accoppiamenti sono i seguenti (le sigle R1, R2 sono puramente indicative):

1 - Maschio verzellino x canarina mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25 uova = 20 nati).
Percentuale sangue verzellino 50%

2 - F1 x canarina mutata
Risultato R1 mutato = femmine fertili al 20% (un piccolo a nidiata), maschi fertili al 100%
Percentuale sangue verzellino 25%

3 - R1 mutato x verzellina
Risultato R2 portatore = femmine fertili al 10% (un piccolo in due nidiate), maschi fertili al 100%
Percentuale sangue verzellino 62,5%

4 - R2 portatore x verzellina
R3 femmine mutate e maschi probabili portatori (da testare)
Percentuale sangue verzellino 81,25%

5 - accoppiamento fra R3
Risultato R3bis = maschio mutato
Percentuale sangue verzellino 81,25%

6- R3 bis x verzellina
Risultato R4 = femmine mutate e maschi portatori
Percentuale sangue verzellino 90,5%

7 - R4 x verzellina
R4 x verzellino
Risultato verzellini mutati e portatori di mutazione con sangue al 95%.

Attualmente sono al passaggio n.4. L’anno 2010, dopo ben dieci anni di prove in tutte le direzioni, accoppierò fra R3 (maschi portatori e femmine mutate) e maschio R3 con femmina R4 (nelle foto allegate l’agata). E vedremo nascere i primi maschi mutati.
Naturalmente accoppierò anche i maschi R3 con le verzelline.

Certamente detto così sembra facile ma chi ha tentato di allevare verzellini conosce bene le difficoltà da superare sia da un punto di vista sanitario, sia da un punto di vista alimentare e sia, non ultimo, il “caratterino” di ogni singola verzellina.

Inoltre per raggiungere questi “parziali” risultati, considerato l’esiguo spazio che ho a disposizione mi avvalgo della collaborazione di alcuni amici che approfitto per ringraziare pubblicamente: Il Prof. Paolo Ricchiuti (Bisceglie), Maurizio Maroni (Roma), Riccardo Memeo (Andria), Pino Barbi (Pescara).
Ovviamente se altri allevatori intendono contribuire alla realizzazione del verzellino mutato possono mettersi in contatto o con me o con i detti amici. L’unione fa la forza.

Franco Monopoli

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OSSERVANDO LA NATURA

(pubblicato sulla rivista "Pianeta cardellino" A.Int:A.C. di marzo 2009)
Praticare sport, fare yoga, ginnastiche dolci, dicono che siano dei toccasana contro lo stress della vita moderna. Ma cosa c’è di più bello e rilassante che contemplare la natura ?
Entrare in punta di piedi in un mondo che il vivere in città ci ha strappato. Sentire cantare una cicala in estate e rivedere mentalmente i due anni del ciclo della sua vita che da piccolissimo uovo la ha trasformata in insetto. E le lucciole in una calda sera di estate: quelle lucette intermittenti che invitano le femmine all’accoppiamento, subito dopo del quale il maschio muore. Due anni di “trasformazione” per pochi giorni di vita fluorescente.
Ma il miracolo più fantasmagorico e multicolore per un ornitologo è la riproduzione del cardellino. Un uovo di poco più di un grammo che nel tempo diventa un uccello dai colori spettacolari e dal canto bello e unico.
A questo proposito voglio raccontare avvenimenti da me “studiati” in natura per scoprire come alimentano le nidiate i cardellini in differenti parti d’Italia. Le località sono: Trani (BA)(anni 1969-79), Verbania (Piemonte)(anni 1980-89) e . Vasto (CH)(anni 1990-2000) .
In tutti i casi ho seguito alcuni nidi con visite di due – tre volte al giorno per controllare come venivano alimentati i piccoli. Complessivamente una ventina di nidiate. Certamente non fanno una grossa statistica ma sono indicative per alcune considerazioni.
A Trani i cardellino sono quasi Tschusii grossi quanto un lucherino o poco più grandi (cm. 11 – 11,5).
Nei primi tre giorni è difficile stabilire cosa c’è nel gozzo: una pappetta cremosa mista a semi di farfara, senecio, tarassaco. Dal quarto giorno in poi è più chiaro, fino al dodicesimo giorno solo semini di erbe prative e di piante da orto (semi di cime di rapa) più qualche chicco di piantaggine. Una particolarità: alcune nidiate nella villa comunale alimentate soprattutto con semi di fiori da bordura delle aiuole (astro di Cina, margherita, dalia, fiordaliso, crisantemo ornamentale). Dopo il dodicesimo giorno ai semi sono mescolati abbondanti pezzetti di foglie di senecio. Una volta involati i piccoli venivano portati negli orti dove imparavano a nutrirsi di semi di piante prative (tarassaco, senecio, farfara, piantaggine, panico, cardo) e di coltivate (lattuga, cicoria, rapa, finocchio). Unico insetto gradito gli afidi parasiti di dette piante.
A Vasto troviamo il cardellino dalla taglia media (12 – 12,5 cm.). Ho avuto la fortuna che per alcuni anni una coppia ha nidificato sul mio balcone, a volte nei gerani e a volte su una grossa azalea. Nei primi 3 – 4 giorni di vita i piccoli presentavano nel gozzo la solita “cremina” mista a qualche semino di farfara. Si intravedeva qualcosa che sembravano afidi. Dopo il quarto giorno i semini nel gozzo incominciavano ad essere più grossi: evidenti semi di cardo e qualche seme di girasole. Dal settimo giorno in poi solo semi di girasole. Al dodicesimo giorno meno girasole e pezzetti di foglie di senecio. Una volta involati i novelli riempiono i campi di girasole e di cardo abbondanti a Vasto. Interessante anche il consumo di scagliola spontanea.
A Verbania convivono due varietà di cardellini. Quelli di taglia nominale come a Vasto e una di taglia più massiccia e più grande (cm. 13 – 13,5). Mentre i nidi di quelli “normali” ospitavano fino a 5 piccoli; i nidi di quelli di taglia grande non hanno mai superato il numero di tre.
Nei primi tre – quattro giorni i piccoli erano alimentati con la solita “cremina” nella quale oltre a vedere i semi di tarassaco, crespino e senecio, si vedevano piccoli insetti. Ho faticato a scoprire che tipo di insetti erano, ma alla fine ho scoperto che si trattava di grossi afidi che vivono sui pini e alcuni piccoli vermetti parassiti delle piante di mais.
Dopo il quarto giorno i cardellini di taglia più grande hanno continuato ad alimentare i figli con questi insetti e semi di cardo, girasole e qualche seme di ontano. I cardellini di taglia media hanno alimentato i figli solo con semi di erbe prative (cicoria selvatica, vari cardi, girasole, ecc..). Dal dodicesimo giorno in poi hanno aggiunto alla dieta pezzetti di verdure in particolare senecio e dente di leone.
Una particolarità o “stranezza”, i cardellini nella zona della stazione F. S. di Verbania, escluso il periodo autunnale, venivano a mangiare avidamente il “salaccio”. Il salaccio è un misto di sabbia e sale che si usa per sciogliere il ghiaccio che si forma sulle passerelle e sui marciapiedi. Il contenitore del salaccio era all’aperto sotto la pensilina del magazzino merci, di facile accesso a tutti gli uccelli. Mai visti fringuelli e ciuffolotti ma solo cardellini, passeri e verdoni.
Le mie riflessioni finali sono le seguenti:
• Esistono, come ben sappiamo, più varietà di cardellini e hanno abitudini alimentari leggermente diverse.
• Si nutrono di quello che offre la zona in cui vivono. Per ultime le graminacee, ma soprattutto semi cotiledoni di facile digeribilità (non amidacei).
• La maggior parte dei semi con i quali nutrono i piccoli contiene “inulina”.
• I piccoli restano con i genitori (specie il padre) per molti giorni (40 – 50) e quelli della seconda covata li seguono in autunno inoltrato.
Apro una piccola parentesi a proposito dell’inulina. Spesso capita che i nostri cardellini costretti a mangiare semi secchi e grassi hanno problemi digestivi e di fegato. Un rallentamento della digestione significa spesso un affaticamento intestinale e la porta aperta a coccidi e batteri che normalmente albergano nell’intestino ma che diventano virulenti proprio in questa situazione. L’inulina è un valido aiuto.
L'inulina è l'oligosaccaride di riserva tipico delle Asteraceae (Composite). In genere l’inulina viene estratta dalla Cicoria (Cichorium intybus), che ne è molto ricca, e si presenta come una polvere di colore bianco-giallastro. Alcuni studi in laboratorio hanno dimostrato che l’inulina aumenta il numero dei bifido batteri e dei lattobacilli nell’intestino.
Questi sono i batteri più utili, perché favoriscono l’assorbimento delle sostanze nutritive presenti nei cibi, il funzionamento regolare dell’intestino, facilitano la digestione e riducono i gas intestinali. L’inulina migliora l’assorbimento di calcio e magnesio.
Alcuni prodotti a base di fermenti lattici contengono anche inulina. Ad esempio a me ha dato un buon risultato il “ Lievito Sohn” che contiene:
Lievito vivo(saccharomyces cerevisae), inulina, cistina, metionina, vitamine del gruppo B (vit PP,Acido pantotenico, B6,B12,B1,acido folico) fermenti lattici (lactobacillus sporagens, acidophilus..) . Prima di usare farmaci per pance gonfie e arrossate lo consiglio. Sciogliere una bustina in poca acqua con un pizzico di zucchero perché è un po’ amaro.

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IL VERZELLINO MUTATO

(pubblicato sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina 10; (anno 1, n.7)
L’inverno scorso mi telefona Sergio (Di Tizio) sfiduciato e demoralizzato mi dici che ha deciso di togliersi l’allevamento. L’allevamento di Sergio era costituito da 15 gabbioni da cm.120 nei quali aveva molti verzellini e relativi F1 e R1 ambo i sessi. La causa era il suo stato di salute in quel periodo, che lo aveva costretto a trascurare l’allevamento con conseguente perdita di molti soggetti, specialmente femmine R1 sulle quali puntava per arrivare al maschio R2 portatore di mutazione.
Cerco di convincere Sergio a non arrendersi e che capita un momento negativo e va superato, ma lo trovo irremovibile.
Purtroppo io non ho spazio per tenere tutti i soggetti “importanti”. Prendo sole due coppie costituite da maschio R1 portatore di satinè e femmina verzellina. L’altra possibilità era femmine R1 mutate per maschi verzellini, ma conoscendo la scarsa fertilità delle femmine R1 avrei avuto bisogno di molte gabbie per provarle tutte.
Per stare più tranquillo mi procuro anche due coppie di canarini eventuali balie.
Per far spazio ai nuovi arrivati ho sacrificato 4 coppie di cardellini.
Fino ai primi di maggio, le verzelline sono state tranquille nonostante la corte assidua dei maschi. Una mattina trovo una verzellina morta. Scopro che aveva l’uovo in pancia, lo recupero con un “cesario” e metto sotto la canarina balia, con risultato negativo.
Dopo alcuni giorni l’altra verzellina si mette in movimento, e in un paio di giorni ha costruito il nido. Da quel momento non l’ho vista più per quasi un mese. Dopo una decina di giorni la curiosità di vedere cosa ci fosse nel nido e magari “sperare le uova” era tanto ma conoscendo la diffidenza degli indigeni, specie al primo nido, sarebbe stato un grave errore “disturbare”. L’alternativa era prendere i piccoli e passarli a balia canarina, ma le balie si usano solo se la madre naturale abbandona. Dopo qualche altro giorno sento un pigolio proveniente dal nido: sono nati !
E’ meglio far finta di niente, aspettiamo che diventano grandicelli e che qualche volta la verzellina esce per mangiare. Niente da fare, nonostante le mie sortite in allevamento ogni ora, la verzellina appena mi vede corre a rimettersi sui piccoli.
Conosco bene “certe verzelline”, in passato al settimo giorno ho anellato i piccoli e il giorno dopo li ho trovati morti. L’unico sistema per anellare i piccoli (e vedere cosa e quanti sono) è cogliere la verzellina col buio. Così mi apposto a spiare da fuori al balcone quando la verzellina esce dal nido, rapidamente chiudo le tapparelle facendo cadere la stanza nel buio più completo. Con una piccola lampadina tascabile prendo il nido, mi sposto in un’altra stanza e cerco d’anellare i piccoli, troppo grandi per l’anellino “A”, a stento riesco a mettere il tipo “Y”.
Sono uno ancestrale, maschio probabile portatore di satinè( già canticchia), e due occhi rossi, quindi femmine.
A 14 giorni i piccoli si sono involati e a 25 giorni mangiano i semi.
Il maschio lo confondo con la madre, sono due gocce d’acqua nella taglia, colore, forma e posizione. Le due femmine sono satinè, più piccole di taglia della madre
All’età di 20 giorni dei piccoli, la verzellina è nuovamente scomparsa, per fortuna avevo cambiato il nido con uno pulito. Ha nuovamente deposto e credo si è messa a covare sin dal primo uovo.
Purtroppo un uovo l’ho trovato a terra probabilmente rotto dai piccoli mentre la madre è uscita a mangiare. Fra qualche giorno dovrebbero nascere altri piccoli.
Il programma per l’anno prossimo è accoppiare le due femmine R2 satinè con verzellino maschio per avere dei maschi R3 portatori della mutazione. Mentre il maschio (probabile portatore) con la verzellina con la speranza di veder nascere delle femmine R3 satinè e magari per crossing-over qualche femmina bruna e lutino. Ovviamente con tanto ma tanto …fattore “C”.
Certo qualcuno contesterà il fatto che ho tolto 4 coppie di cardellini per quanto sopra, ma essere ornitologi non significa essere fissati solo per una specie anche se bellissima come il cardellino.
E poi il risultato valeva la pena…………….oh no ??
Vasto,30/6/2007

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Una risposta a quanti amici mi chiedono come si fa a sapere se un uccello è ammalato e di che cosa.
LO STRESS (pubblicato sulla rivista ALCEDO di gennaio 2008 a pagina 73)
Si fa presto a dire è affetto da………….
Premessa
Anamnesi, termine di derivazione dalla lingua greca, in cui significa reminiscenza, s’intende la raccolta di tutti quei dati e quelle notizie che ci devono aiutare a porre una diagnosi esatta.
Si parla di anamnesi familiare quella che concerne tutte quelle notizie riguardanti i familiari, che si riferiscono a condizioni patologiche di questi, che possano aver influito sulla malattia di cui il soggetto è affetto, sia nel senso della trasmissione di caratteri o di affezioni ereditarie, sia nel senso di un possibile contagio nell’ambito della famiglia.
Anamnesi fisiologica: comprende la raccolta di tutti i dati che si riferiscono al paziente, dalla nascita sino al momento attuale, riguardanti il suo sviluppo somatico e psichico.
Anamnesi patologica remota: si riferisce a tutte quelle notizie riguardanti le affezioni sofferte in passato dal paziente.
Anamnesi patologica prossima: si riferisce alle notizie che riguardano direttamente l’affezione presentata attualmente dal paziente, anche se spesso questa non rappresenta altro che un’evoluzione o una riacutizzazione di precedenti affezioni morbose.
E già con queste premesse non è facile fare una diagnosi ! ……..e lo STRESS ?
L’apparato gastrointestinale
Possiamo considerare l'apparato digerente (la cavità boccale, l'esofago, lo stomaco, l'intestino, il retto) come costituito da un lungo tubo, scomposto in diverse parti, che assumono struttura e funzione diverse, a cui sono collegati diversi organi ghiandolari che immettono le loro secrezioni nell'interno del tubo digerente stesso, caratterizzandone così le funzioni.
La principale funzione dell'apparato digerente è provvedere a rifornire continuamente l'organismo di sostanze nutritive, acqua, sali minerali, vitamine, e a questo scopo il cibo deve essere sospinto lungo il canale alimentare ad una velocità appropriata, affinché si possano svolgere le funzioni digestive e d’assorbimento.
Gli alimenti sono distinti in tre grandi classi: i carboidrati, le proteine, i grassi, oltre ai sali minerali e le vitamine; essi, durante il percorso lungo il tubo digerente, sono sottoposti a successivi trattamenti, inizialmente di tipo principalmente meccanico (macinazione e imbibizione), quindi di tipo biochimico-enzimatico; alla fine del processo risultano sostanze assorbibili direttamente dalle pareti intestinali, per venire distribuite a tutti i distretti dell'organismo.
Stress e disturbi della digestione.
Quando è alterata una qualunque di queste fasi, si ha uno squilibrio che può provocare disturbi di vario genere, che possono interessare uno o più distretti dell'apparato digerente, fino a degenerare in malattia.
Questi disturbi sono accentuati dallo stress, quando esso sia eccessivo, in quanto le funzioni digestive sono regolate dal sistema neurovegetativo, che è molto sensibile alle stimolazioni psichiche. Lo stress digestivo può essere causato anche da sbalzi di temperatura bruschi, squilibri alimentari, o comunque quando l’ organismo si deve adattare in tempi brevi a nuove situazioni.
I danni si possono trovare in bocca (Afte), nello stomaco (Gastrite), nell’intestino (Ulcera).
Le afte sono piccole lesioni del cavo orale e si presentano sotto forma di vescicole molto dolorose e fastidiose. La causa scatenante: è probabile che intervengano diversi fattori, piccoli traumi, ingestione di certi alimenti, e naturalmente lo stress psicologico. (Spesso invece si sospetta parassitosi, o micosi, o malattia respiratoria).
Per quanto riguarda le infiammazioni della mucosa gastrica, è noto che lo stress interviene in modo spesso massiccio nel favorire la gastrite, che è costituita da difficoltà digestive, acidità, talvolta anche nausea e vomito, stipsi o diarrea dovute all'arrivo del cibo indigerito nell'intestino.
La sindrome del colon irritabile (colite) è una sindrome funzionale caratterizzata da dolori addominali, stipsi alternata a diarrea, ad andamento cronico o ricorrente, con dolori di tipo spastico localizzati all'addome.
Questa sindrome è di chiara origine psicosomatica ed è molto legata allo stato ansioso del soggetto: è un vero e proprio campanello d’allarme lanciato dal colon, quella parte dell'intestino particolarmente sensibile allo stress e ad un'alimentazione sbagliata.
I rimedi naturali
In Natura esistono molte piante in grado di intervenire sull'apparato digerente e correggerne il funzionamento: spesso si ottengono grandi risultati con il solo uso delle piante, e in ogni caso le preparazioni erboristiche, se non riescono ad essere risolutive, risultano comunque di gran valore come trattamento di sostegno, naturalmente affiancando accorgimenti dietetici, sempre indispensabili.
Vediamo quali piante, o sostanze naturali, possiamo utilizzare, secondo il problema.
Per le afte, un ottimo rimedio, rapido ed efficace, è senz'altro l'olio di Melaleuca, che dà sollievo immediato al dolore provocato dall'afta e velocemente ne promuove la cicatrizzazione.(una goccia nel becco al giorno). O più semplicemente bere succo di mirtillo, o Propoli idroalcolica nel beverino.
Per le infiammazioni dello stomaco si possono utilizzare diverse piante, in modo da contrastare l'infiammazione della mucosa, e intervenire sull'acidità, sui crampi dolorosi, ecc…..
Molto utili per le loro proprietà lenitive, antinfiammatorie e cicatrizzanti sono l'Altea, lo Zenzero, la Liquirizia, la Malva, la Melissa, l'Aloe vera, la Menta.
Piante che riducono le fermentazioni e migliorano la digestione: Finocchio, l'Anice, il Coriandolo, l'Anice stellato, il Cumino, il Cardamomo, miscelati ad una piccola quota di carbone vegetale (il carbone vegetale fa da adsorbente verso gas già formati, contribuendo ad eliminarli con le feci).
Somministrare la pianta tal e quale o dare infusi facendo bollire per 5 minuti 50 gr. in 1/2 litro d'acqua e filtrare.
Anche l'Argilla verde è utile come antiacido e cicatrizzante della mucosa dello stomaco, in caso di gastrite o ulcera, e dell'intestino in caso di colite o gonfiori. I pappagalli in natura ne vanno ghiotti.
Per la sindrome del colon irritabile, la pianta di elezione è il Fico selvatico, che dà risultati veramente sorprendenti. Esso agisce direttamente sulla principale causa del colon irritabile, lo stress e l'ansia.
Un altro prodotto naturale consigliabile in caso di colon irritabile sono i Fermenti Lattici, probiotici e prebiotici, che arricchiscono la flora batterica intestinale, importantissima per il buon funzionamento dell'intestino, e per il benessere di tutto l'organismo.
Una flora batterica intestinale equilibrata, infatti, è indispensabile per la salute intestinale e a mantenerla tale contribuiscono i batteri benefici, acidogeni, che formano una barriera contro quelli nocivi, alcalogeni, responsabili della putrefazione, e impediscono il proliferare dei microrganismi dannosi.
Altro danno causato dallo stress è quello relativo alle:
turbe idro-elettrolitiche
Quante volte abbiamo notato alcuni soggetti che consumano molta più acqua di altri pur apparendo fisicamente normali ?
L’integrità delle funzioni dell’organismo dipende dalla costanza dell’“ambiente interno”. Questo imperativo presuppone il mantenimento di un’idratazione normale, di un costante equilibrio tra acidi e basi. L’idratazione è mantenuta costante grazie all’equilibrio tra le entrate e le uscite d’acqua. Le entrate sono rappresentate da alimenti e bevande. Le uscite sono rappresentate dalle perdite d’acqua attraverso la respirazione, le feci, le urine.
All’interno dell’organismo l’acqua corporea è ripartita in due grandi settori, il settore extracellulare, che rappresenta il 45% dell’acqua totale (plasma, liquido interstiziale, liquidi delle secrezioni mucose e sierose) e il settore intracellulare (55%). La composizione del plasma e del liquido interstiziale è molto simile per quanto riguarda l’assetto elettrolitico, la differenza è data dalla presenza nel plasma di circa 70 g/l di proteine.
Il rene esplica un ruolo chiave nel mantenimento dell’equilibrio idrosodico. Nel soggetto normale, la natriuresi quotidiana corrisponde all’apporto di sodio della dieta. In circostanze patologiche la quota di sodio escretata dipende dalle modificazioni della velocità di filtrazione glomerulare e dal riassorbimento a livello tubulare.
Un eccesso di sodio nell’alimentazione (comune sale da cucina, ad esempio) causa una ritenzione d’acqua. Tale problema causa uno squilibrio con aumento della pressione venosa, e riduzione della pressione arteriosa. Quindi assenza di sete, anoressia, nausea, talvolta vomito, turbe del sensorio.
Più comunemente invece compare una riduzione del patrimonio organico di sodio. Quando le perdite superano gli apporti di sodio. Le perdite possono essere d’origine digestiva (vomito, diarree), renale (nefropatie), ambientale (colpo di calore; stress). Per quanto riguarda la terapia, si somministrerà una maggior quota di sodio cloruro nell’acqua e negli alimenti.
Conclusione
Di solito si prende il cardellino in mano, si soffia sulla pancia, si vede un bell’intestino arrossato e subito la colpa è della coccidiosi ……..e giù con sulfamidici. In alcuni casi il soggetto si riprende, sembra guarito…… fino alla prossima ricaduta.
Oppure la pancia si presenta depressa come se il soggetto non mangiasse da giorni, un po’ scarno, quindi si sospetta infezione batterica e via con antibiotici. Magari beve più del normale per carenza di sodio e relative conseguenze.
IL guaio maggiore è che portare il soggetto da un veterinario nulla ci garantisce che la diagnosi sia giusta.
Onestamente i veterinari devono confessare che i loro studi sono rivolti principalmente ad animali da reddito (ovini, bovini,suini, polli e tacchini) sono veramente pochi quelli che si dedicano allo studio delle malattie dei fringillidi, tanto meno a quei disturbi che poi aprono la porta alle altre malattie.

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L’IMPRINTING E L’USO DELLE BALIE NELL’ALLEVAMENTO DEI FRINGILLIDI

(pubblicato sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina 9, (anno 1 n.3)

Nel 1973 un signore austriaco di nome Lorenz Konrad Zacharias ebbe il premio Nobel per gli studi sul comportamento animale. Lorenz è considerato universalmente il fondatore dell’etologia. Egli per primo comprese che i comportamenti sono caratteri fenotipici dell’animale al pari delle sue caratteristiche morfologiche e che le differenze comportamentali tra specie diverse rivestono un significato analogo a quello che un anatomista attribuisce alle differenze anatomiche.
Il termine “istinto” ha il significato di schema di comportamento ereditario, specifico e stereotipato.
La cosa più significativa, che interessa più da vicino noi allevatori, è la definizione di imprinting.
La spiegazione scientifica dell’imprinting, dimostrata ampiamente dal Lorenz è in breve la seguente:
I neonati di specie animali imparano a riconoscere la propria madre. Nei neonati esiste una tendenza innata a seguire il primo oggetto in movimento che vedono appena dopo la schiusa e che in condizioni naturali è generalmente la madre. Il significato biologico di questa forma precocissima d’apprendimento è quello di riconoscere la propria “specie”, in modo che da adulti scelgano compagni conspecifici e mantengono separate le singole specie.
Non mi dilungo molto nel raccontare come Lorenz allevò delle oche e come queste lo seguivano ovunque considerandolo la loro madre. Oltre a tanti altri esperimenti. Per chi è interessato consiglio la lettura di: “Io sono qui, tu dove sei? Etologia dell’oca selvatica” – “L’etologia, fondamenti e metodi” – “Evoluzione e modificazione del comportamento”.
Mi è capitato, in oltre 40 anni d’allevamento, di dover per un motivo o un altro, allevare a mano dei nidiacei o metterli a balia ad una canarina o al passero del Giappone, pur di non perderli.
I maschi allevati a mano, l’anno successivo, accoppiati con femmine della propria specie continuavano a risultare infecondi perché non si accoppiavano. Ho visto più volte la femmina invitare alla copula inutilmente detti maschi.
Mentre, con le femmine, allevate a mano, anche se raramente, veniva fuori qualche uovo fecondo, forse perché subivano la violenza del maschio.
Con quelli messi a balia ad una canarina era facilissimo fare ibridi, però la preferenza era sempre diretta al colore della canarina che li aveva svezzati. La cosa peggiore era il canto di questi soggetti che praticamente non apparteneva alla loro specie.
Detti uccelli messi a balia, accoppiati fra loro o con altri regolarmente allevati dai genitori hanno sempre dato risultati contrastanti.
Però certamente posso affermare che il danno peggiore è dato dall’utilizzo dei maschi che erano stati messi a balia. Spesso non coprono le femmine se invitati pur essendo all’apice della forma amorosa. Se poi si forma una coppia, ad esempio di cardellini, allevati da una balia canarina allora prima di vedere nascere qualche piccolo……………… c’è molto da aspettare.
Dopo vari tentativi la soluzione che mi sento di consigliare è quella di accoppiare detti maschi prima con la “balia” e poi con la femmina conspecifica.
Solo nel caso in cui si usa per balia un ibrido della stessa specie, ad esempio incardellata nel caso di cardellini, il risultato è discretamente positivo.
Oggi, molto più spesso sento lamentare allevatori di fringillidi, in particolare di cardellini, ai quali molte covate risultano “chiare” nonostante i maschi siano in ottima forma.
Ricercare le cause non è semplice:
- ci troviamo di fronte a soggetti “baliati”;
- forse in alcuni semi per cardellini è usato qualche insetticida per evitare il rapido deterioramento degli stessi. (Negli anni cinquanta l’uso indiscriminato del DDT rese molte specie sterili);
- addirittura qualcuno sospetta l’uso di prodotti sterilizzanti (quelli usati per i piccioni nelle città) per evitare la concorrenza e mantenere i prezzi alti da parte di allevatori disonesti;
- alimentazione squilibrata; ………….ecc..
A mio avviso è l’uso indiscriminato delle “balie”.
Lorenz insegna.

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Alla ricerca della pietra filosofale, ovvero la realizzazione di un pastoncino eccellente.

(pubblicato sulla rivista ALCEDO di dicembre 2005 a pagina 98)

Sfogliando vecchi appunti mi sono soffermato all’anno 1973.
In quegli anni in commercio c’erano solo poche ditte che vendevano pastoncini per uccelli. Sulle confezioni non era indicato il con tenuto di proteine, carboidrati, vitamine, ecc..
In effetti, erano a basso tenore proteico perché per la maggior parte erano dei biscotti sbriciolati a base di uova.
Negli anni precedenti al 1973 confezionavo il pastoncino integrandolo con un prodotto che acquistavo in farmacia: “Albusol” e alcune capsule di un polivitaminico ad uso umano: “Gevral”.
Il pastoncino era:
100 grammi di Albusol con un contenuto proteico del 96%
700 grammi di biscotti secchi (tipo Marie) tritati 8% di proteine
4 capsule di Gevral (multivitaminico)
10 uova sode sbucciate
il tutto tritato e amalgamato uniformemente e tenuto in frigo massimo 4 giorni.
Tutto sommato non era malvagio a parte il costo elevato. Però, sempre alla ricerca di migliorare, mi ero soffermato sulla considerazione che nei mangimi dei polli si usava la farina di soia. Ma dove la trovavo ? L’unica cosa che somigliava alla soia erano i nostri legumi. La scelta cadde sulle fave secche (24% di proteine). Si trattava di renderle appetibili e soprattutto digeribili.
Decisi di procedere così: dopo un ammollo di 12 ore e dopo averle sbucciate le feci cucinare in acqua (con un pizzico di bicarbonato) fino ad ottenere una specie di polenta (circa tre ore). A questo punto bisognava ottenere un prodotto asciutto quindi passai in forno a piccoli strati la polenta fino ad ottenere una farina marroncina asciutta, polverosa e dolciastra.
Confezionai il seguente pastoncino:
50 grammi di Albusol
300 grammi di detta farina di fave
450 grammi di biscotti secchi
10 uova sode sbucciate
praticamente ottenendo lo stesso contenuto proteico del pastoncino precedente.
Disposi 10 coppie di canarino per l’esperimento, le quali si lanciarono subito con avidità sul prodotto. Dopo circa 20 giorni incominciarono la costruzione dei nidi e le prime deposizioni.
Altre 15 coppie erano allevate con il vecchio pastoncino.
Per somma meraviglia il gruppo di studio depose una media di 7 uova a nido (due femmine 9 uova a testa). Mentre le altre coppie restarono sulla media di 4-5 uova a nido.
Dalle 72 uova del gruppo di studio nacquero ben 62 pulli che nel giro di 2-3 giorni morirono tutti con intestino gonfio e nero, nonostante l’intervento di terramicina.
Dalle altre 15 coppie i piccoli nati crebbero regolarmente.
Conclusione le fave sono ottime per stimolare la deposizione ma guai per i piccoli.
A peggiorare la situazione si mise il farmacista: “l’Albusol non si produce più !”. Cosa fare ? Mi rimetto a sfogliare alcuni libri sull’allevamento dei polli e in pochi giorni decido il seguente pastoncino:
450 grammi di biscotti secchi tritati
200 grammi di fette biscottate (glutinate) per diabetici al 48% di proteine
100 grammi di latte in polvere scremato al 28% di proteine
50 grammi d’erba medica secca in polvere
10 uova sode sbucciate.
Nonostante la perdita della prima covata del gruppo di studio alla fine delle tre covate ottenni la media di 13 piccoli per coppia. Questa volta il pastoncino ha determinato comunque un miglioramento della resa che negli anni precedenti era di 10-11 piccoli a coppia.
Oggi abbiamo dimenticato la bontà dell’erba medica nell’allevamento degli uccelli. Si preferisce seguire le mode, per esempio: la spirulina dov’ era negli anni 70-80 ?

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COSA MANGIANO I MIEI CARDELLINI

pubblicato sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina 9; (anno 0, n.1, 2005)

Spiegare come sono giunto all’attuale sistema, significa raccontare esperienze di oltre 40 anni. Cercherò invece con queste poche righe di chiarire una mia convinzione che è alla base del concetto: “Allevare razionale”.
Negli anni ’50 la migliore gallina ovaiola deponeva circa 150 uova in un anno. Oggi arriva a deporne 300. Il concetto un po’ “romantico” del pollo allevato a terra non può competere con quello allevato in maniera scientifica.
Ricordo, quando ero ragazzo, che le massaie del vicinato mettevano “a chioccia” la gallina e poi confrontavano la resa. Da circa 20 – 22 uova il miglior risultato era 10 pulcini nati, che poi non tutti riuscivano a raggiungere l’età di sei mesi. Con questi rendimenti fallirebbe qualsiasi industria del pollo. Senza parlare dell’industria del maiale, dove, oggi addirittura si “fabbricano” maiali a basso grasso e colesterolo.
In conclusione allevare gli uccelli con i vecchi sistemi “tradizionali” cioè misto semi, semi germogliati, qualche verme (tarme, buffalo, larve) e come tenere la gallina sull’aia a semi di grano, mais, crusca, qualche lombrico, coleottero, ecc.. Risultati: come per le galline anni ’50, cioè scadenti.
Certo con i canarini, nonostante tutto, dopo 500 anni è stato raggiunto un buon risultato. Ma con i fringillidi, e in particolare con il più bello, il cardellino, vogliamo aspettare 500 anni ?
Il problema che mi sono sempre posto era il seguente: somministrare un alimento molto gradito e che contenesse in maniera equilibrata tutti gli aminoacidi, vitamine, Sali minerali, grassi e carboidrati per un sano e rapido sviluppo dei nidiacei.
Riuscire a svezzare nidiacei robusti in tempi brevi (25 giorni) significava avere in mano la formula di una buona alimentazione che con opportune varianti andava bene per tutti e tutto l’anno.
Sul n. 24 (pag.98) della rivista Alcedo ho raccontato le prove fatte nell’anno 1973 d’alcuni pastoncini provati. Figuratevi in tanti anni quante prove sia di confezioni caserecce che di prodotti commerciali.
Inoltre una considerazione molto importante è quella di sapere se effettivamente questo o quel “nutriente” è realmente metabolizzato, ad esempio prendiamo due semi grassi (30%), il niger e la canapa; facciamo una prova per un mese: perché un cardellino alimentato a solo niger ingrassa e se alimentato a sola canapa non ingrassa ?
La mia personale convinzione è la seguente: in un allevamento razionale gli uccelli devono “anche mangiare semi”. In definitiva la base alimentare deve essere qualcosa di perfettamente equilibrato, i semi sono il “contorno” perché gli uccelli per natura devono sgranocchiare qualcosa.
Certo in commercio esistono tanti pastoncini e perfino “estrusi” ma la domanda è sempre la stessa: cosa metabolizza l’uccello”veramente”, mangiando detti alimenti ?
A questo punto dovrei mettermi ad elencare il contenuto in aminoacidi, vitamine, ecc.. della scagliola, perilla, girasole nero, lino, canapa , latte (caseina e lattoalbumina), uovo e pane, ma riempirei altre 10 pagine annoiando con arginina, felilalanina, isoleucina, istidina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina, tirosina, vitamine A,E,D, le vit. B, e tutte le altre, poi grassi animali e vegetali, acidi grassi polinsaturi, equilibrio calcio/fosforo, e poi sodio, magnesio, potassio, ferro, ecc…
E questo per dimostrare quello che i miei cardellini mangiano e metabolizzano secondo i periodi dell’anno.
Tradotto il pratica, diventa tutto più semplice, forse troppo semplice, ma vi garantisco efficace. Io somministro per tutto l’anno nella misura del 50% dell’alimentazione giornaliera il pastoncino di mia fabbricazione. Il rimanente 50 % è costituito per la metà dalla scagliola e per l’altra metà da un seme grasso secondo il periodo. Girasole e lino durante i due mesi della muta. Canapa in primavera prima della cove (febbraio – aprile) e per il resto dell’anno perilla.
Durante le cove (maggio – settembre) rinnovo spesso il pastoncino fino a far mangiare quasi esclusivamente detto prodotto. I piccoli crescono a vista d’occhio.
No, non vi preoccupate anche a me non tutto è oro quello che luccica, ci sono maschi che non fecondano le femmine alla prima covata, qualche femmina su 5 uova ne fa uno sterile, qualche novella al primo nido dopo aver costruito il nido depone il primo uovo dal posatoio e perfino la “solita scema” che alla prima esperienza non alleva la prima nidiata.
Ma questo è un altro argomento. Si chiama selezione in un ambiente ristretto (uso gabbie da 40 cm).
La formula del pastoncino, per chi non ha visitato il mio sito (www.webalice.it/francomonopoli) è la seguente:
Gli ingredienti:
• Quattro uova grandi (del supermercato e mai da allevamenti rurali)
• Un litro di latte parzialmente scremato a lunga conservazione
• 250 - 300 grammi di pane grattugiato (in funzione della dimensione delle uova)
• Da 10 a 20 grammi di Fatrovit m. (polivitaminico)
Le uova le facciamo sode con bollitura di 10 minuti. Una volta sbucciate useremo i quattro bianchi e solo due rossi durante i periodi di riposo. Con anche gli altri due rossi durante le cove.
Del latte recuperiamo la parte solida (caseina e lattoalbumina). Mettiamo a bollire il latte e nel frattempo prepariamo in un bicchiere quattro cucchiaia d’aceto di mele (acidità 5- 6%) che verseremo sul latte nel momento in cui questo raggiunge i 100 gradi, cioè quando il bollore lo porta a salire nel pentolino e sta per fuoriuscire.
Vedremo immediatamente raddensare la parte solida, aspettiamo il secondo bollore e quindi versiamo il tutto in un colino, sciacquiamo il prodotto, lo pressiamo per fare fuoriuscire il più possibile l’acqua, ed avremo quello che ci serve.
I 300 grammi di pane grattugiato (anche un pò meno se le uova sono piccole) devono essere possibilmente in confezioni sigillate, perché è meglio non fidarsi di lavorazioni improvvisate o artigianali, magari fatte con scarti di pane vecchio.
Il “FATROVIT m” è un polivitaminico della ditta Fatro (in farmacia) confezione da un Kg., ricavato dalla lavorazione dei lieviti, usare 10 gr. nei periodi di riposo e raddoppiare durante le cove. Ottimo il rapporto prezzo/qualità.
Il tutto va messo nel tritatutto e amalgamato uniformemente. Si ricava un pastoncino morbido ed appetito quasi subito da tutti gli uccelli. Tenere in frigo e consumare in massimo 4 giorni. Unica controindicazione: va somministrato due volte al giorno, e la sera buttati gli avanzi per evitare che durante la notte si deteriori specie in ambiente umido.

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IL MIO ALLEVAMENTO DI CARDELLINI

pubblicato sulla rivista “Il notiziario del club dei fringillidi” a pag 11; (settembre 2006)

Attualmente il mio allevamento è costituito da quattro coppie di cardellini nostrani, quelle consentite dal regolamento regionale Abruzzo, e quindi con regolare autorizzazione, e altre sei coppie di Major (due brune, una agata, tre ancestrali). Trattasi di un piccolo allevamento amatoriale realizzato in una stanzetta di mt. 4x3. L’illuminazione è quella naturale proveniente dal balcone esposto a sud.
L’attrezzatura è costituita da 10 gabbioni da cm. 120x40, del tipo divisibile in tre scomparti. Durante il periodo di riposo tengo 4 – 5 soggetti per gabbione. Una volta tolti i soggetti in esubero metto ogni soggetto in uno scomparto di cm. 40 x 40 (da novembre in poi).
Inoltre ho 4 canarine per fare incardellati, alcuni incardellati, alcuni verzellini e relativi F1, R1, R2; ma questa è un’altra storia.
Alimentazione. Sono uno che asserisce: ”gli uccelli mangiano anche i semi”. È mia convinzione che i semi per gli uccelli sono come il pane per noi, ma ci vuole ben altro. Quindi, specie durante le cove alimento i miei uccelli quasi esclusivamente con un pastoncino di mia fabbricazione, molto semplice ma altamente nutriente. Gli ingredienti sono: la parte solida di un litro di latte (caseina e lattoalbumina), 4 uova grandi sode e da 250 a 300 grammi di pane grattugiato, più un polivitaminico “Fatrovit m”. Si ricava poco più di mezzo Kilo di pastoncino al 18% di proteine nobilissime, in grado di sostituire ampiamente l’uso dei vermi (camole, tarme, ecc.) e semi germogliati. In più è molto appetito anche da soggetti che non lo hanno mai mangiato prima. Come sono arrivato a questa formula è un’altra storia). La parte solida del latte si ricava portandolo ad ebollizione e versando 4 cucchiaia d’aceto di mele (6% acidità), a questo punto si separa l’acqua con il colino, e dopo una piccola strizzata si mette in un tritatutto con gli altri ingredienti.
L’alimentazione giornaliera in media è costituita dal 50% da pastoncino (una linguetta), 25% da scagliola e 25% da perilla. Durante il periodo della muta un po’ di girasole nero tritato e in primavera, se necessario ad alcuni soggetti, qualche chicco di canapuccia. Durante le cove tendo a trascurare l’apporto di perilla in modo da aumentare il consumo di pastoncino (circa 2 – 3 linguette a testa).
Di solito aspetto che le femmine, da sole, incominciano a dare segni d’impazienza per la deposizione. A volte qualcuna depone alcune uova a terra perché non ha ancora il nido e il maschio. Dispongo le femmine negli scomparti laterali del gabbione in 40x40 con il nido, e lascio lo scomparto centrale vuoto. Nello scomparto centrale alterno il maschio o i piccoli alla bisogna.
Quello che reputo “la tragedia del mio allevamento” è che di solito i maschi sono sempre un po’ in ritardo. La prima covata vede in media il 60% d’uova sterili. Forse perché ho sempre selezionato per le femmine. Ora mi ritrovo con femmine che partono subito e fanno anche 6 – 7 uova ma i maschi non sono all’altezza.
Ogni anno trattengo le femmine che hanno dato i migliori risultati e una parte delle figlie. L’anno successivo con le anziane vado tranquillo, mentre con le giovani adotto un sistema per assicurarmi che allevano. Metto ad incubare sotto la cardellina le uova di una canarina già incubate da 2 giorni, e sotto la canarina le uova della cardellina. In modo che, il giorno che nascono gli incardellati sotto la cardellina mi assicuro che li imbecca. Ovviamente dopo altri 2 giorni nascono i cardellini (sotto la canarina), inverto i nidiacei restituendo i cardellini alla cardellina che ormai alleva abbondantemente.
Qualora da parte della cardellina c’è un comportamento anomalo (butta i piccoli fuori del nido, non imbecca, o abbandona) passo i piccoli di cardellino ad una incardellata che poveretta cova a volte per tutta la stagione le sue uova sterili. Di solito alla seconda covata le cose si normalizzano.
Sconsiglio vivamente di metter a balia i cardellini alle canarine per tanti motivi e per una questione di “imprinting”.
In media a fine stagione da 2 covate ho circa 4 – 5 piccoli per coppia. Mi propongo di riuscire ad eliminare il danno della prima covata selezionando maschi più focosi.
Per altre e più approfondite notizie invito a visitare il mio sito internet: www.francomonopoli.it

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