L’ALTRO ALLEVAMENTO
OVVERO LA MUTAZIONE NEL VERZELLINO.
(pubblicato sulla rivista Alcedo
n.51 maggio 2010)
O.K. il cardellino è il massimo,
per un allevatore di indigeni, almeno a mio avviso. Ma perché
trascurare il verzellino.
E’ un paradosso, si alleva di tutto, ma quanti sono gli allevatori
di verzellino?
Forse in Italia abbiamo perso il verzellino fronte rossa, ma almeno
dedichiamoci al nostro verzellino. E’ forse da meno dal ventre
giallo o dal Mozambico? No !
Basta vederlo nella mutazione agata per rendersi conto che è
un piccolo gioiello di colore, forma e posizione.
Da alcuni anni ho ridotto la coppie di cardellini per far spazio
al verzellino e tentare di introdurre alcune mutazioni.
Ho operato la selezione in due direzioni per testare la fertilità:
quella di ritorno verso il canarino e quella di ritorno verso il
verzellino, partendo sia dal maschio che dalla femmina di verzellino.
Superflua la descrizione del fenotipo del verzellino. Per quanto
riguarda i risultati vedere le foto allegate in cui assieme alla
verzellina sono ritratte una bruna e una satinè (R3) , e
un’agata (R4), teoricamente con sangue verzellino intorno
all’80%.
Accoppiamenti eseguiti:
1 – Verso il canarino.
Maschio verzellino x canarina mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25
uova = 20 nati).
F1 x canarina
Risultato R1 = femmine fertili al 20% (un piccolo a nidiata), maschi
fertili al 100%.
- Al contrario
Femmina verzellina x canarino mutato
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 50% (24
uova = 11 nati).
F1 x canarina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 80%(26
uova = 20 nati).
R1 x canarina
Risultato R2 = femmine fertili al 20%(un piccolo a nidiata), maschi
fertili al 100%.
Da questa esperienza deduco che partire
utilizzando la verzellina si ha una minore percentuale di fertilità.
Per quanto riguarda l’aspetto fenotipico già gli R1
sono identici al canarino.
2 – verso il verzellino.
Maschio verzellino x canarina mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25
uova = 20 nati).
F1 x verzellina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 40% (25
uova = 9 nati).
R1 x verzellina
Risultato R2 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 20% (25
uova = 4 nati).
Oltre alla scarsa fertilità diventa anche impegnativo individuare
i portatori di mutazione testandoli prima con canarine. Ma la cosa
peggiore è che le poche femmine mutare R2 risultano ancora
sterili.
Al contrario
Femmina verzellina x canarino mutato
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 50% (24
uova = 11 nati).
F1 x verzellina
Risultato R1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 30% (20
uova = 5 nati).
R1 x verzellina
Risultato R2 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 10% (22
uova = 2 nati).
Certamente le cifre sono esigue per
parlare di una vera e propria statistica.
Ovviamente oltre alla scarsa fertilità dei maschi c’è
la difficoltà di individuare i portatori di mutazione. Inoltre
i primi piccoli a morire o nel nido o durante la muta sono le mutate.
E le poche mutate sopravissute sono fragilissime.
In conclusione mentre il ritorno al canarino è abbastanza
facile, nel ritorno al verzellino è proprio la verzellina
a ridurre la fertilità dei figli e impedire che nasca il
maschio mutato.
Unica affermazione che mi sento sicuro
di fare è che il canarino mosaico discende dal verzellino.
Nell’accoppiamento di un canarino brinato con una verzellina,
buona parte dei figli sono mosaico, e soprattutto le figlie femmine
sono delle bellissime mosaico molto tipiche.
Visto che, un canarino brinato non può essere portatore di
mosaico, non ci sono dubbi che la mutazione mosaico la ha trasmessa
la verzellina. Provare per credere.
Un’altra strada che ho seguito
è una specie di “bilaterale alternato”. In pratica
cerco di mantenere sicura la mutazione introducendo ad anni alternati
la mutazione.
Così è più facile non disperdere la mutazione
e la fertilità dei maschi è maggiore.
Unico inconveniente: ci vogliono il doppio degli anni per fissare
una mutazione.
Gli accoppiamenti sono i seguenti (le sigle R1, R2 sono puramente
indicative):
1 - Maschio verzellino x canarina
mutata
Risultato F1 = femmine sterili al 100%, maschi fertili al 90% (25
uova = 20 nati).
Percentuale sangue verzellino 50%
2 - F1 x canarina mutata
Risultato R1 mutato = femmine fertili al 20% (un piccolo a nidiata),
maschi fertili al 100%
Percentuale sangue verzellino 25%
3 - R1 mutato x verzellina
Risultato R2 portatore = femmine fertili al 10% (un piccolo in due
nidiate), maschi fertili al 100%
Percentuale sangue verzellino 62,5%
4 - R2 portatore x verzellina
R3 femmine mutate e maschi probabili portatori (da testare)
Percentuale sangue verzellino 81,25%
5 - accoppiamento fra R3
Risultato R3bis = maschio mutato
Percentuale sangue verzellino 81,25%
6- R3 bis x verzellina
Risultato R4 = femmine mutate e maschi portatori
Percentuale sangue verzellino 90,5%
7 - R4 x verzellina
R4 x verzellino
Risultato verzellini mutati e portatori di mutazione con sangue
al 95%.
Attualmente sono al passaggio n.4.
L’anno 2010, dopo ben dieci anni di prove in tutte le direzioni,
accoppierò fra R3 (maschi portatori e femmine mutate) e maschio
R3 con femmina R4 (nelle foto allegate l’agata). E vedremo
nascere i primi maschi mutati.
Naturalmente accoppierò anche i maschi R3 con le verzelline.
Certamente detto così sembra
facile ma chi ha tentato di allevare verzellini conosce bene le
difficoltà da superare sia da un punto di vista sanitario,
sia da un punto di vista alimentare e sia, non ultimo, il “caratterino”
di ogni singola verzellina.
Inoltre per raggiungere questi “parziali”
risultati, considerato l’esiguo spazio che ho a disposizione
mi avvalgo della collaborazione di alcuni amici che approfitto per
ringraziare pubblicamente: Il Prof. Paolo Ricchiuti (Bisceglie),
Maurizio Maroni (Roma), Riccardo Memeo (Andria), Pino Barbi (Pescara).
Ovviamente se altri allevatori intendono contribuire alla realizzazione
del verzellino mutato possono mettersi in contatto o con me o con
i detti amici. L’unione fa la forza.
Franco Monopoli
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OSSERVANDO LA NATURA
(pubblicato
sulla rivista "Pianeta cardellino"
A.Int:A.C. di marzo 2009)
Praticare sport, fare yoga, ginnastiche dolci, dicono che siano
dei toccasana contro lo stress della vita moderna. Ma cosa c’è
di più bello e rilassante che contemplare la natura ?
Entrare in punta di piedi in un mondo che il vivere in città
ci ha strappato. Sentire cantare una cicala in estate e rivedere
mentalmente i due anni del ciclo della sua vita che da piccolissimo
uovo la ha trasformata in insetto. E le lucciole in una calda sera
di estate: quelle lucette intermittenti che invitano le femmine
all’accoppiamento, subito dopo del quale il maschio muore.
Due anni di “trasformazione” per pochi giorni di vita
fluorescente.
Ma il miracolo più fantasmagorico e multicolore per un ornitologo
è la riproduzione del cardellino. Un uovo di poco più
di un grammo che nel tempo diventa un uccello dai colori spettacolari
e dal canto bello e unico.
A questo proposito voglio raccontare avvenimenti da me “studiati”
in natura per scoprire come alimentano le nidiate i cardellini in
differenti parti d’Italia. Le località sono: Trani
(BA)(anni 1969-79), Verbania (Piemonte)(anni 1980-89) e . Vasto
(CH)(anni 1990-2000) .
In tutti i casi ho seguito alcuni nidi con visite di due –
tre volte al giorno per controllare come venivano alimentati i piccoli.
Complessivamente una ventina di nidiate. Certamente non fanno una
grossa statistica ma sono indicative per alcune considerazioni.
A Trani i cardellino sono quasi Tschusii grossi quanto un lucherino
o poco più grandi (cm. 11 – 11,5).
Nei primi tre giorni è difficile stabilire cosa c’è
nel gozzo: una pappetta cremosa mista a semi di farfara, senecio,
tarassaco. Dal quarto giorno in poi è più chiaro,
fino al dodicesimo giorno solo semini di erbe prative e di piante
da orto (semi di cime di rapa) più qualche chicco di piantaggine.
Una particolarità: alcune nidiate nella villa comunale alimentate
soprattutto con semi di fiori da bordura delle aiuole (astro di
Cina, margherita, dalia, fiordaliso, crisantemo ornamentale). Dopo
il dodicesimo giorno ai semi sono mescolati abbondanti pezzetti
di foglie di senecio. Una volta involati i piccoli venivano portati
negli orti dove imparavano a nutrirsi di semi di piante prative
(tarassaco, senecio, farfara, piantaggine, panico, cardo) e di coltivate
(lattuga, cicoria, rapa, finocchio). Unico insetto gradito gli afidi
parasiti di dette piante.
A Vasto troviamo il cardellino dalla taglia media (12 – 12,5
cm.). Ho avuto la fortuna che per alcuni anni una coppia ha nidificato
sul mio balcone, a volte nei gerani e a volte su una grossa azalea.
Nei primi 3 – 4 giorni di vita i piccoli presentavano nel
gozzo la solita “cremina” mista a qualche semino di
farfara. Si intravedeva qualcosa che sembravano afidi. Dopo il quarto
giorno i semini nel gozzo incominciavano ad essere più grossi:
evidenti semi di cardo e qualche seme di girasole. Dal settimo giorno
in poi solo semi di girasole. Al dodicesimo giorno meno girasole
e pezzetti di foglie di senecio. Una volta involati i novelli riempiono
i campi di girasole e di cardo abbondanti a Vasto. Interessante
anche il consumo di scagliola spontanea.
A Verbania convivono due varietà di cardellini. Quelli di
taglia nominale come a Vasto e una di taglia più massiccia
e più grande (cm. 13 – 13,5). Mentre i nidi di quelli
“normali” ospitavano fino a 5 piccoli; i nidi di quelli
di taglia grande non hanno mai superato il numero di tre.
Nei primi tre – quattro giorni i piccoli erano alimentati
con la solita “cremina” nella quale oltre a vedere i
semi di tarassaco, crespino e senecio, si vedevano piccoli insetti.
Ho faticato a scoprire che tipo di insetti erano, ma alla fine ho
scoperto che si trattava di grossi afidi che vivono sui pini e alcuni
piccoli vermetti parassiti delle piante di mais.
Dopo il quarto giorno i cardellini di taglia più grande hanno
continuato ad alimentare i figli con questi insetti e semi di cardo,
girasole e qualche seme di ontano. I cardellini di taglia media
hanno alimentato i figli solo con semi di erbe prative (cicoria
selvatica, vari cardi, girasole, ecc..). Dal dodicesimo giorno in
poi hanno aggiunto alla dieta pezzetti di verdure in particolare
senecio e dente di leone.
Una particolarità o “stranezza”, i cardellini
nella zona della stazione F. S. di Verbania, escluso il periodo
autunnale, venivano a mangiare avidamente il “salaccio”.
Il salaccio è un misto di sabbia e sale che si usa per sciogliere
il ghiaccio che si forma sulle passerelle e sui marciapiedi. Il
contenitore del salaccio era all’aperto sotto la pensilina
del magazzino merci, di facile accesso a tutti gli uccelli. Mai
visti fringuelli e ciuffolotti ma solo cardellini, passeri e verdoni.
Le mie riflessioni finali sono le seguenti:
• Esistono, come ben sappiamo, più varietà di
cardellini e hanno abitudini alimentari leggermente diverse.
• Si nutrono di quello che offre la zona in cui vivono. Per
ultime le graminacee, ma soprattutto semi cotiledoni di facile digeribilità
(non amidacei).
• La maggior parte dei semi con i quali nutrono i piccoli
contiene “inulina”.
• I piccoli restano con i genitori (specie il padre) per molti
giorni (40 – 50) e quelli della seconda covata li seguono
in autunno inoltrato.
Apro una piccola parentesi a proposito dell’inulina. Spesso
capita che i nostri cardellini costretti a mangiare semi secchi
e grassi hanno problemi digestivi e di fegato. Un rallentamento
della digestione significa spesso un affaticamento intestinale e
la porta aperta a coccidi e batteri che normalmente albergano nell’intestino
ma che diventano virulenti proprio in questa situazione. L’inulina
è un valido aiuto.
L'inulina è l'oligosaccaride di riserva tipico delle Asteraceae
(Composite). In genere l’inulina viene estratta dalla Cicoria
(Cichorium intybus), che ne è molto ricca, e si presenta
come una polvere di colore bianco-giallastro. Alcuni studi in laboratorio
hanno dimostrato che l’inulina aumenta il numero dei bifido
batteri e dei lattobacilli nell’intestino.
Questi sono i batteri più utili, perché favoriscono
l’assorbimento delle sostanze nutritive presenti nei cibi,
il funzionamento regolare dell’intestino, facilitano la digestione
e riducono i gas intestinali. L’inulina migliora l’assorbimento
di calcio e magnesio.
Alcuni prodotti a base di fermenti lattici contengono anche inulina.
Ad esempio a me ha dato un buon risultato il “ Lievito Sohn”
che contiene:
Lievito vivo(saccharomyces cerevisae), inulina, cistina, metionina,
vitamine del gruppo B (vit PP,Acido pantotenico, B6,B12,B1,acido
folico) fermenti lattici (lactobacillus sporagens, acidophilus..)
. Prima di usare farmaci per pance gonfie e arrossate lo consiglio.
Sciogliere una bustina in poca acqua con un pizzico di zucchero
perché è un po’ amaro.
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IL VERZELLINO MUTATO
(pubblicato
sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina
10; (anno 1, n.7)
L’inverno scorso mi telefona Sergio (Di Tizio) sfiduciato
e demoralizzato mi dici che ha deciso di togliersi l’allevamento.
L’allevamento di Sergio era costituito da 15 gabbioni da cm.120
nei quali aveva molti verzellini e relativi F1 e R1 ambo i sessi.
La causa era il suo stato di salute in quel periodo, che lo aveva
costretto a trascurare l’allevamento con conseguente perdita
di molti soggetti, specialmente femmine R1 sulle quali puntava per
arrivare al maschio R2 portatore di mutazione.
Cerco di convincere Sergio a non arrendersi e che capita un momento
negativo e va superato, ma lo trovo irremovibile.
Purtroppo io non ho spazio per tenere tutti i soggetti “importanti”.
Prendo sole due coppie costituite da maschio R1 portatore di satinè
e femmina verzellina. L’altra possibilità era femmine
R1 mutate per maschi verzellini, ma conoscendo la scarsa fertilità
delle femmine R1 avrei avuto bisogno di molte gabbie per provarle
tutte.
Per stare più tranquillo mi procuro anche due coppie di canarini
eventuali balie.
Per far spazio ai nuovi arrivati ho sacrificato 4 coppie di cardellini.
Fino ai primi di maggio, le verzelline sono state tranquille nonostante
la corte assidua dei maschi. Una mattina trovo una verzellina morta.
Scopro che aveva l’uovo in pancia, lo recupero con un “cesario”
e metto sotto la canarina balia, con risultato negativo.
Dopo alcuni giorni l’altra verzellina si mette in movimento,
e in un paio di giorni ha costruito il nido. Da quel momento non
l’ho vista più per quasi un mese. Dopo una decina di
giorni la curiosità di vedere cosa ci fosse nel nido e magari
“sperare le uova” era tanto ma conoscendo la diffidenza
degli indigeni, specie al primo nido, sarebbe stato un grave errore
“disturbare”. L’alternativa era prendere i piccoli
e passarli a balia canarina, ma le balie si usano solo se la madre
naturale abbandona. Dopo qualche altro giorno sento un pigolio proveniente
dal nido: sono nati !
E’ meglio far finta di niente, aspettiamo che diventano grandicelli
e che qualche volta la verzellina esce per mangiare. Niente da fare,
nonostante le mie sortite in allevamento ogni ora, la verzellina
appena mi vede corre a rimettersi sui piccoli.
Conosco bene “certe verzelline”, in passato al settimo
giorno ho anellato i piccoli e il giorno dopo li ho trovati morti.
L’unico sistema per anellare i piccoli (e vedere cosa e quanti
sono) è cogliere la verzellina col buio. Così mi apposto
a spiare da fuori al balcone quando la verzellina esce dal nido,
rapidamente chiudo le tapparelle facendo cadere la stanza nel buio
più completo. Con una piccola lampadina tascabile prendo
il nido, mi sposto in un’altra stanza e cerco d’anellare
i piccoli, troppo grandi per l’anellino “A”, a
stento riesco a mettere il tipo “Y”.
Sono uno ancestrale, maschio probabile portatore di satinè(
già canticchia), e due occhi rossi, quindi femmine.
A 14 giorni i piccoli si sono involati e a 25 giorni mangiano i
semi.
Il maschio lo confondo con la madre, sono due gocce d’acqua
nella taglia, colore, forma e posizione. Le due femmine sono satinè,
più piccole di taglia della madre
All’età di 20 giorni dei piccoli, la verzellina è
nuovamente scomparsa, per fortuna avevo cambiato il nido con uno
pulito. Ha nuovamente deposto e credo si è messa a covare
sin dal primo uovo.
Purtroppo un uovo l’ho trovato a terra probabilmente rotto
dai piccoli mentre la madre è uscita a mangiare. Fra qualche
giorno dovrebbero nascere altri piccoli.
Il programma per l’anno prossimo è accoppiare le due
femmine R2 satinè con verzellino maschio per avere dei maschi
R3 portatori della mutazione. Mentre il maschio (probabile portatore)
con la verzellina con la speranza di veder nascere delle femmine
R3 satinè e magari per crossing-over qualche femmina bruna
e lutino. Ovviamente con tanto ma tanto …fattore “C”.
Certo qualcuno contesterà il fatto che ho tolto 4 coppie
di cardellini per quanto sopra, ma essere ornitologi non significa
essere fissati solo per una specie anche se bellissima come il cardellino.
E poi il risultato valeva la pena…………….oh
no ??
Vasto,30/6/2007
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Una risposta a quanti amici
mi chiedono come si fa a sapere se un uccello è ammalato
e di che cosa.
LO STRESS (pubblicato
sulla rivista ALCEDO di gennaio 2008 a pagina 73)
Si fa presto a dire è affetto da………….
Premessa
Anamnesi, termine di derivazione dalla lingua greca, in cui significa
reminiscenza, s’intende la raccolta di tutti quei dati e quelle
notizie che ci devono aiutare a porre una diagnosi esatta.
Si parla di anamnesi familiare quella che concerne tutte quelle
notizie riguardanti i familiari, che si riferiscono a condizioni
patologiche di questi, che possano aver influito sulla malattia
di cui il soggetto è affetto, sia nel senso della trasmissione
di caratteri o di affezioni ereditarie, sia nel senso di un possibile
contagio nell’ambito della famiglia.
Anamnesi fisiologica: comprende la raccolta di tutti i dati che
si riferiscono al paziente, dalla nascita sino al momento attuale,
riguardanti il suo sviluppo somatico e psichico.
Anamnesi patologica remota: si riferisce a tutte quelle notizie
riguardanti le affezioni sofferte in passato dal paziente.
Anamnesi patologica prossima: si riferisce alle notizie che riguardano
direttamente l’affezione presentata attualmente dal paziente,
anche se spesso questa non rappresenta altro che un’evoluzione
o una riacutizzazione di precedenti affezioni morbose.
E già con queste premesse non è facile fare una diagnosi
! ……..e lo STRESS ?
L’apparato gastrointestinale
Possiamo considerare l'apparato digerente (la cavità boccale,
l'esofago, lo stomaco, l'intestino, il retto) come costituito da
un lungo tubo, scomposto in diverse parti, che assumono struttura
e funzione diverse, a cui sono collegati diversi organi ghiandolari
che immettono le loro secrezioni nell'interno del tubo digerente
stesso, caratterizzandone così le funzioni.
La principale funzione dell'apparato digerente è provvedere
a rifornire continuamente l'organismo di sostanze nutritive, acqua,
sali minerali, vitamine, e a questo scopo il cibo deve essere sospinto
lungo il canale alimentare ad una velocità appropriata, affinché
si possano svolgere le funzioni digestive e d’assorbimento.
Gli alimenti sono distinti in tre grandi classi: i carboidrati,
le proteine, i grassi, oltre ai sali minerali e le vitamine; essi,
durante il percorso lungo il tubo digerente, sono sottoposti a successivi
trattamenti, inizialmente di tipo principalmente meccanico (macinazione
e imbibizione), quindi di tipo biochimico-enzimatico; alla fine
del processo risultano sostanze assorbibili direttamente dalle pareti
intestinali, per venire distribuite a tutti i distretti dell'organismo.
Stress e disturbi della digestione.
Quando è alterata una qualunque di queste fasi, si ha uno
squilibrio che può provocare disturbi di vario genere, che
possono interessare uno o più distretti dell'apparato digerente,
fino a degenerare in malattia.
Questi disturbi sono accentuati dallo stress, quando esso sia eccessivo,
in quanto le funzioni digestive sono regolate dal sistema neurovegetativo,
che è molto sensibile alle stimolazioni psichiche. Lo stress
digestivo può essere causato anche da sbalzi di temperatura
bruschi, squilibri alimentari, o comunque quando l’ organismo
si deve adattare in tempi brevi a nuove situazioni.
I danni si possono trovare in bocca (Afte), nello stomaco (Gastrite),
nell’intestino (Ulcera).
Le afte sono piccole lesioni del cavo orale e si presentano sotto
forma di vescicole molto dolorose e fastidiose. La causa scatenante:
è probabile che intervengano diversi fattori, piccoli traumi,
ingestione di certi alimenti, e naturalmente lo stress psicologico.
(Spesso invece si sospetta parassitosi, o micosi, o malattia respiratoria).
Per quanto riguarda le infiammazioni della mucosa gastrica, è
noto che lo stress interviene in modo spesso massiccio nel favorire
la gastrite, che è costituita da difficoltà digestive,
acidità, talvolta anche nausea e vomito, stipsi o diarrea
dovute all'arrivo del cibo indigerito nell'intestino.
La sindrome del colon irritabile (colite) è una sindrome
funzionale caratterizzata da dolori addominali, stipsi alternata
a diarrea, ad andamento cronico o ricorrente, con dolori di tipo
spastico localizzati all'addome.
Questa sindrome è di chiara origine psicosomatica ed è
molto legata allo stato ansioso del soggetto: è un vero e
proprio campanello d’allarme lanciato dal colon, quella parte
dell'intestino particolarmente sensibile allo stress e ad un'alimentazione
sbagliata.
I rimedi naturali
In Natura esistono molte piante in grado di intervenire sull'apparato
digerente e correggerne il funzionamento: spesso si ottengono grandi
risultati con il solo uso delle piante, e in ogni caso le preparazioni
erboristiche, se non riescono ad essere risolutive, risultano comunque
di gran valore come trattamento di sostegno, naturalmente affiancando
accorgimenti dietetici, sempre indispensabili.
Vediamo quali piante, o sostanze naturali, possiamo utilizzare,
secondo il problema.
Per le afte, un ottimo rimedio, rapido ed efficace, è senz'altro
l'olio di Melaleuca, che dà sollievo immediato al dolore
provocato dall'afta e velocemente ne promuove la cicatrizzazione.(una
goccia nel becco al giorno). O più semplicemente bere succo
di mirtillo, o Propoli idroalcolica nel beverino.
Per le infiammazioni dello stomaco si possono utilizzare diverse
piante, in modo da contrastare l'infiammazione della mucosa, e intervenire
sull'acidità, sui crampi dolorosi, ecc…..
Molto utili per le loro proprietà lenitive, antinfiammatorie
e cicatrizzanti sono l'Altea, lo Zenzero, la Liquirizia, la Malva,
la Melissa, l'Aloe vera, la Menta.
Piante che riducono le fermentazioni e migliorano la digestione:
Finocchio, l'Anice, il Coriandolo, l'Anice stellato, il Cumino,
il Cardamomo, miscelati ad una piccola quota di carbone vegetale
(il carbone vegetale fa da adsorbente verso gas già formati,
contribuendo ad eliminarli con le feci).
Somministrare la pianta tal e quale o dare infusi facendo bollire
per 5 minuti 50 gr. in 1/2 litro d'acqua e filtrare.
Anche l'Argilla verde è utile come antiacido e cicatrizzante
della mucosa dello stomaco, in caso di gastrite o ulcera, e dell'intestino
in caso di colite o gonfiori. I pappagalli in natura ne vanno ghiotti.
Per la sindrome del colon irritabile, la pianta di elezione è
il Fico selvatico, che dà risultati veramente sorprendenti.
Esso agisce direttamente sulla principale causa del colon irritabile,
lo stress e l'ansia.
Un altro prodotto naturale consigliabile in caso di colon irritabile
sono i Fermenti Lattici, probiotici e prebiotici, che arricchiscono
la flora batterica intestinale, importantissima per il buon funzionamento
dell'intestino, e per il benessere di tutto l'organismo.
Una flora batterica intestinale equilibrata, infatti, è indispensabile
per la salute intestinale e a mantenerla tale contribuiscono i batteri
benefici, acidogeni, che formano una barriera contro quelli nocivi,
alcalogeni, responsabili della putrefazione, e impediscono il proliferare
dei microrganismi dannosi.
Altro danno causato dallo stress è quello relativo alle:
turbe idro-elettrolitiche
Quante volte abbiamo notato alcuni soggetti che consumano molta
più acqua di altri pur apparendo fisicamente normali ?
L’integrità delle funzioni dell’organismo dipende
dalla costanza dell’“ambiente interno”. Questo
imperativo presuppone il mantenimento di un’idratazione normale,
di un costante equilibrio tra acidi e basi. L’idratazione
è mantenuta costante grazie all’equilibrio tra le entrate
e le uscite d’acqua. Le entrate sono rappresentate da alimenti
e bevande. Le uscite sono rappresentate dalle perdite d’acqua
attraverso la respirazione, le feci, le urine.
All’interno dell’organismo l’acqua corporea è
ripartita in due grandi settori, il settore extracellulare, che
rappresenta il 45% dell’acqua totale (plasma, liquido interstiziale,
liquidi delle secrezioni mucose e sierose) e il settore intracellulare
(55%). La composizione del plasma e del liquido interstiziale è
molto simile per quanto riguarda l’assetto elettrolitico,
la differenza è data dalla presenza nel plasma di circa 70
g/l di proteine.
Il rene esplica un ruolo chiave nel mantenimento dell’equilibrio
idrosodico. Nel soggetto normale, la natriuresi quotidiana corrisponde
all’apporto di sodio della dieta. In circostanze patologiche
la quota di sodio escretata dipende dalle modificazioni della velocità
di filtrazione glomerulare e dal riassorbimento a livello tubulare.
Un eccesso di sodio nell’alimentazione (comune sale da cucina,
ad esempio) causa una ritenzione d’acqua. Tale problema causa
uno squilibrio con aumento della pressione venosa, e riduzione della
pressione arteriosa. Quindi assenza di sete, anoressia, nausea,
talvolta vomito, turbe del sensorio.
Più comunemente invece compare una riduzione del patrimonio
organico di sodio. Quando le perdite superano gli apporti di sodio.
Le perdite possono essere d’origine digestiva (vomito, diarree),
renale (nefropatie), ambientale (colpo di calore; stress). Per quanto
riguarda la terapia, si somministrerà una maggior quota di
sodio cloruro nell’acqua e negli alimenti.
Conclusione
Di solito si prende il cardellino in mano, si soffia sulla pancia,
si vede un bell’intestino arrossato e subito la colpa è
della coccidiosi ……..e giù con sulfamidici. In
alcuni casi il soggetto si riprende, sembra guarito……
fino alla prossima ricaduta.
Oppure la pancia si presenta depressa come se il soggetto non mangiasse
da giorni, un po’ scarno, quindi si sospetta infezione batterica
e via con antibiotici. Magari beve più del normale per carenza
di sodio e relative conseguenze.
IL guaio maggiore è che portare il soggetto da un veterinario
nulla ci garantisce che la diagnosi sia giusta.
Onestamente i veterinari devono confessare che i loro studi sono
rivolti principalmente ad animali da reddito (ovini, bovini,suini,
polli e tacchini) sono veramente pochi quelli che si dedicano allo
studio delle malattie dei fringillidi, tanto meno a quei disturbi
che poi aprono la porta alle altre malattie.
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L’IMPRINTING
E L’USO DELLE BALIE NELL’ALLEVAMENTO DEI FRINGILLIDI
(pubblicato
sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina
9, (anno 1 n.3)
Nel 1973 un signore austriaco
di nome Lorenz Konrad Zacharias ebbe il premio Nobel per gli studi
sul comportamento animale. Lorenz è considerato universalmente
il fondatore dell’etologia. Egli per primo comprese che i
comportamenti sono caratteri fenotipici dell’animale al pari
delle sue caratteristiche morfologiche e che le differenze comportamentali
tra specie diverse rivestono un significato analogo a quello che
un anatomista attribuisce alle differenze anatomiche.
Il termine “istinto” ha il significato di schema di
comportamento ereditario, specifico e stereotipato.
La cosa più significativa, che interessa più da vicino
noi allevatori, è la definizione di imprinting.
La spiegazione scientifica dell’imprinting, dimostrata ampiamente
dal Lorenz è in breve la seguente:
I neonati di specie animali imparano a riconoscere la propria madre.
Nei neonati esiste una tendenza innata a seguire il primo oggetto
in movimento che vedono appena dopo la schiusa e che in condizioni
naturali è generalmente la madre. Il significato biologico
di questa forma precocissima d’apprendimento è quello
di riconoscere la propria “specie”, in modo che da adulti
scelgano compagni conspecifici e mantengono separate le singole
specie.
Non mi dilungo molto nel raccontare come Lorenz allevò delle
oche e come queste lo seguivano ovunque considerandolo la loro madre.
Oltre a tanti altri esperimenti. Per chi è interessato consiglio
la lettura di: “Io sono qui, tu dove sei? Etologia dell’oca
selvatica” – “L’etologia, fondamenti e metodi”
– “Evoluzione e modificazione del comportamento”.
Mi è capitato, in oltre 40 anni d’allevamento, di dover
per un motivo o un altro, allevare a mano dei nidiacei o metterli
a balia ad una canarina o al passero del Giappone, pur di non perderli.
I maschi allevati a mano, l’anno successivo, accoppiati con
femmine della propria specie continuavano a risultare infecondi
perché non si accoppiavano. Ho visto più volte la
femmina invitare alla copula inutilmente detti maschi.
Mentre, con le femmine, allevate a mano, anche se raramente, veniva
fuori qualche uovo fecondo, forse perché subivano la violenza
del maschio.
Con quelli messi a balia ad una canarina era facilissimo fare ibridi,
però la preferenza era sempre diretta al colore della canarina
che li aveva svezzati. La cosa peggiore era il canto di questi soggetti
che praticamente non apparteneva alla loro specie.
Detti uccelli messi a balia, accoppiati fra loro o con altri regolarmente
allevati dai genitori hanno sempre dato risultati contrastanti.
Però certamente posso affermare che il danno peggiore è
dato dall’utilizzo dei maschi che erano stati messi a balia.
Spesso non coprono le femmine se invitati pur essendo all’apice
della forma amorosa. Se poi si forma una coppia, ad esempio di cardellini,
allevati da una balia canarina allora prima di vedere nascere qualche
piccolo……………… c’è
molto da aspettare.
Dopo vari tentativi la soluzione che mi sento di consigliare è
quella di accoppiare detti maschi prima con la “balia”
e poi con la femmina conspecifica.
Solo nel caso in cui si usa per balia un ibrido della stessa specie,
ad esempio incardellata nel caso di cardellini, il risultato è
discretamente positivo.
Oggi, molto più spesso sento lamentare allevatori di fringillidi,
in particolare di cardellini, ai quali molte covate risultano “chiare”
nonostante i maschi siano in ottima forma.
Ricercare le cause non è semplice:
- ci troviamo di fronte a soggetti “baliati”;
- forse in alcuni semi per cardellini è usato qualche insetticida
per evitare il rapido deterioramento degli stessi. (Negli anni cinquanta
l’uso indiscriminato del DDT rese molte specie sterili);
- addirittura qualcuno sospetta l’uso di prodotti sterilizzanti
(quelli usati per i piccioni nelle città) per evitare la
concorrenza e mantenere i prezzi alti da parte di allevatori disonesti;
- alimentazione squilibrata; ………….ecc..
A mio avviso è l’uso indiscriminato delle “balie”.
Lorenz insegna.
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Alla ricerca della pietra filosofale,
ovvero la realizzazione di un pastoncino eccellente.
(pubblicato
sulla rivista ALCEDO di dicembre 2005 a pagina 98)
Sfogliando vecchi appunti mi
sono soffermato all’anno 1973.
In quegli anni in commercio c’erano solo poche ditte che vendevano
pastoncini per uccelli. Sulle confezioni non era indicato il con
tenuto di proteine, carboidrati, vitamine, ecc..
In effetti, erano a basso tenore proteico perché per la maggior
parte erano dei biscotti sbriciolati a base di uova.
Negli anni precedenti al 1973 confezionavo il pastoncino integrandolo
con un prodotto che acquistavo in farmacia: “Albusol”
e alcune capsule di un polivitaminico ad uso umano: “Gevral”.
Il pastoncino era:
100 grammi di Albusol con un contenuto proteico del 96%
700 grammi di biscotti secchi (tipo Marie) tritati 8% di proteine
4 capsule di Gevral (multivitaminico)
10 uova sode sbucciate
il tutto tritato e amalgamato uniformemente e tenuto in frigo massimo
4 giorni.
Tutto sommato non era malvagio a parte il costo elevato. Però,
sempre alla ricerca di migliorare, mi ero soffermato sulla considerazione
che nei mangimi dei polli si usava la farina di soia. Ma dove la
trovavo ? L’unica cosa che somigliava alla soia erano i nostri
legumi. La scelta cadde sulle fave secche (24% di proteine). Si
trattava di renderle appetibili e soprattutto digeribili.
Decisi di procedere così: dopo un ammollo di 12 ore e dopo
averle sbucciate le feci cucinare in acqua (con un pizzico di bicarbonato)
fino ad ottenere una specie di polenta (circa tre ore). A questo
punto bisognava ottenere un prodotto asciutto quindi passai in forno
a piccoli strati la polenta fino ad ottenere una farina marroncina
asciutta, polverosa e dolciastra.
Confezionai il seguente pastoncino:
50 grammi di Albusol
300 grammi di detta farina di fave
450 grammi di biscotti secchi
10 uova sode sbucciate
praticamente ottenendo lo stesso contenuto proteico del pastoncino
precedente.
Disposi 10 coppie di canarino per l’esperimento, le quali
si lanciarono subito con avidità sul prodotto. Dopo circa
20 giorni incominciarono la costruzione dei nidi e le prime deposizioni.
Altre 15 coppie erano allevate con il vecchio pastoncino.
Per somma meraviglia il gruppo di studio depose una media di 7 uova
a nido (due femmine 9 uova a testa). Mentre le altre coppie restarono
sulla media di 4-5 uova a nido.
Dalle 72 uova del gruppo di studio nacquero ben 62 pulli che nel
giro di 2-3 giorni morirono tutti con intestino gonfio e nero, nonostante
l’intervento di terramicina.
Dalle altre 15 coppie i piccoli nati crebbero regolarmente.
Conclusione le fave sono ottime per stimolare la deposizione ma
guai per i piccoli.
A peggiorare la situazione si mise il farmacista: “l’Albusol
non si produce più !”. Cosa fare ? Mi rimetto a sfogliare
alcuni libri sull’allevamento dei polli e in pochi giorni
decido il seguente pastoncino:
450 grammi di biscotti secchi tritati
200 grammi di fette biscottate (glutinate) per diabetici al 48%
di proteine
100 grammi di latte in polvere scremato al 28% di proteine
50 grammi d’erba medica secca in polvere
10 uova sode sbucciate.
Nonostante la perdita della prima covata del gruppo di studio alla
fine delle tre covate ottenni la media di 13 piccoli per coppia.
Questa volta il pastoncino ha determinato comunque un miglioramento
della resa che negli anni precedenti era di 10-11 piccoli a coppia.
Oggi abbiamo dimenticato la bontà dell’erba medica
nell’allevamento degli uccelli. Si preferisce seguire le mode,
per esempio: la spirulina dov’ era negli anni 70-80 ?
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COSA MANGIANO I MIEI
CARDELLINI
pubblicato
sulla rivista “Conversazioni ornitologiche” a pagina
9; (anno 0, n.1, 2005)
Spiegare come sono giunto all’attuale
sistema, significa raccontare esperienze di oltre 40 anni. Cercherò
invece con queste poche righe di chiarire una mia convinzione che
è alla base del concetto: “Allevare razionale”.
Negli anni ’50 la migliore gallina ovaiola deponeva circa
150 uova in un anno. Oggi arriva a deporne 300. Il concetto un po’
“romantico” del pollo allevato a terra non può
competere con quello allevato in maniera scientifica.
Ricordo, quando ero ragazzo, che le massaie del vicinato mettevano
“a chioccia” la gallina e poi confrontavano la resa.
Da circa 20 – 22 uova il miglior risultato era 10 pulcini
nati, che poi non tutti riuscivano a raggiungere l’età
di sei mesi. Con questi rendimenti fallirebbe qualsiasi industria
del pollo. Senza parlare dell’industria del maiale, dove,
oggi addirittura si “fabbricano” maiali a basso grasso
e colesterolo.
In conclusione allevare gli uccelli con i vecchi sistemi “tradizionali”
cioè misto semi, semi germogliati, qualche verme (tarme,
buffalo, larve) e come tenere la gallina sull’aia a semi di
grano, mais, crusca, qualche lombrico, coleottero, ecc.. Risultati:
come per le galline anni ’50, cioè scadenti.
Certo con i canarini, nonostante tutto, dopo 500 anni è stato
raggiunto un buon risultato. Ma con i fringillidi, e in particolare
con il più bello, il cardellino, vogliamo aspettare 500 anni
?
Il problema che mi sono sempre posto era il seguente: somministrare
un alimento molto gradito e che contenesse in maniera equilibrata
tutti gli aminoacidi, vitamine, Sali minerali, grassi e carboidrati
per un sano e rapido sviluppo dei nidiacei.
Riuscire a svezzare nidiacei robusti in tempi brevi (25 giorni)
significava avere in mano la formula di una buona alimentazione
che con opportune varianti andava bene per tutti e tutto l’anno.
Sul n. 24 (pag.98) della rivista Alcedo ho raccontato le prove fatte
nell’anno 1973 d’alcuni pastoncini provati. Figuratevi
in tanti anni quante prove sia di confezioni caserecce che di prodotti
commerciali.
Inoltre una considerazione molto importante è quella di sapere
se effettivamente questo o quel “nutriente” è
realmente metabolizzato, ad esempio prendiamo due semi grassi (30%),
il niger e la canapa; facciamo una prova per un mese: perché
un cardellino alimentato a solo niger ingrassa e se alimentato a
sola canapa non ingrassa ?
La mia personale convinzione è la seguente: in un allevamento
razionale gli uccelli devono “anche mangiare semi”.
In definitiva la base alimentare deve essere qualcosa di perfettamente
equilibrato, i semi sono il “contorno” perché
gli uccelli per natura devono sgranocchiare qualcosa.
Certo in commercio esistono tanti pastoncini e perfino “estrusi”
ma la domanda è sempre la stessa: cosa metabolizza l’uccello”veramente”,
mangiando detti alimenti ?
A questo punto dovrei mettermi ad elencare il contenuto in aminoacidi,
vitamine, ecc.. della scagliola, perilla, girasole nero, lino, canapa
, latte (caseina e lattoalbumina), uovo e pane, ma riempirei altre
10 pagine annoiando con arginina, felilalanina, isoleucina, istidina,
leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina, tirosina,
vitamine A,E,D, le vit. B, e tutte le altre, poi grassi animali
e vegetali, acidi grassi polinsaturi, equilibrio calcio/fosforo,
e poi sodio, magnesio, potassio, ferro, ecc…
E questo per dimostrare quello che i miei cardellini mangiano e
metabolizzano secondo i periodi dell’anno.
Tradotto il pratica, diventa tutto più semplice, forse troppo
semplice, ma vi garantisco efficace. Io somministro per tutto l’anno
nella misura del 50% dell’alimentazione giornaliera il pastoncino
di mia fabbricazione. Il rimanente 50 % è costituito per
la metà dalla scagliola e per l’altra metà da
un seme grasso secondo il periodo. Girasole e lino durante i due
mesi della muta. Canapa in primavera prima della cove (febbraio
– aprile) e per il resto dell’anno perilla.
Durante le cove (maggio – settembre) rinnovo spesso il pastoncino
fino a far mangiare quasi esclusivamente detto prodotto. I piccoli
crescono a vista d’occhio.
No, non vi preoccupate anche a me non tutto è oro quello
che luccica, ci sono maschi che non fecondano le femmine alla prima
covata, qualche femmina su 5 uova ne fa uno sterile, qualche novella
al primo nido dopo aver costruito il nido depone il primo uovo dal
posatoio e perfino la “solita scema” che alla prima
esperienza non alleva la prima nidiata.
Ma questo è un altro argomento. Si chiama selezione in un
ambiente ristretto (uso gabbie da 40 cm).
La formula del pastoncino, per chi non ha visitato il mio sito (www.webalice.it/francomonopoli)
è la seguente:
Gli ingredienti:
• Quattro uova grandi (del supermercato e mai da allevamenti
rurali)
• Un litro di latte parzialmente scremato a lunga conservazione
• 250 - 300 grammi di pane grattugiato (in funzione della
dimensione delle uova)
• Da 10 a 20 grammi di Fatrovit m. (polivitaminico)
Le uova le facciamo sode con bollitura di 10 minuti. Una volta sbucciate
useremo i quattro bianchi e solo due rossi durante i periodi di
riposo. Con anche gli altri due rossi durante le cove.
Del latte recuperiamo la parte solida (caseina e lattoalbumina).
Mettiamo a bollire il latte e nel frattempo prepariamo in un bicchiere
quattro cucchiaia d’aceto di mele (acidità 5- 6%) che
verseremo sul latte nel momento in cui questo raggiunge i 100 gradi,
cioè quando il bollore lo porta a salire nel pentolino e
sta per fuoriuscire.
Vedremo immediatamente raddensare la parte solida, aspettiamo il
secondo bollore e quindi versiamo il tutto in un colino, sciacquiamo
il prodotto, lo pressiamo per fare fuoriuscire il più possibile
l’acqua, ed avremo quello che ci serve.
I 300 grammi di pane grattugiato (anche un pò meno se le
uova sono piccole) devono essere possibilmente in confezioni sigillate,
perché è meglio non fidarsi di lavorazioni improvvisate
o artigianali, magari fatte con scarti di pane vecchio.
Il “FATROVIT m” è un polivitaminico della ditta
Fatro (in farmacia) confezione da un Kg., ricavato dalla lavorazione
dei lieviti, usare 10 gr. nei periodi di riposo e raddoppiare durante
le cove. Ottimo il rapporto prezzo/qualità.
Il tutto va messo nel tritatutto e amalgamato uniformemente. Si
ricava un pastoncino morbido ed appetito quasi subito da tutti gli
uccelli. Tenere in frigo e consumare in massimo 4 giorni. Unica
controindicazione: va somministrato due volte al giorno, e la sera
buttati gli avanzi per evitare che durante la notte si deteriori
specie in ambiente umido.
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IL MIO ALLEVAMENTO DI CARDELLINI
pubblicato
sulla rivista “Il notiziario del club dei fringillidi”
a pag 11; (settembre 2006)
Attualmente il mio allevamento
è costituito da quattro coppie di cardellini nostrani, quelle
consentite dal regolamento regionale Abruzzo, e quindi con regolare
autorizzazione, e altre sei coppie di Major (due brune, una agata,
tre ancestrali). Trattasi di un piccolo allevamento amatoriale realizzato
in una stanzetta di mt. 4x3. L’illuminazione è quella
naturale proveniente dal balcone esposto a sud.
L’attrezzatura è costituita da 10 gabbioni da cm. 120x40,
del tipo divisibile in tre scomparti. Durante il periodo di riposo
tengo 4 – 5 soggetti per gabbione. Una volta tolti i soggetti
in esubero metto ogni soggetto in uno scomparto di cm. 40 x 40 (da
novembre in poi).
Inoltre ho 4 canarine per fare incardellati, alcuni incardellati,
alcuni verzellini e relativi F1, R1, R2; ma questa è un’altra
storia.
Alimentazione. Sono uno che asserisce: ”gli uccelli mangiano
anche i semi”. È mia convinzione che i semi per gli
uccelli sono come il pane per noi, ma ci vuole ben altro. Quindi,
specie durante le cove alimento i miei uccelli quasi esclusivamente
con un pastoncino di mia fabbricazione, molto semplice ma altamente
nutriente. Gli ingredienti sono: la parte solida di un litro di
latte (caseina e lattoalbumina), 4 uova grandi sode e da 250 a 300
grammi di pane grattugiato, più un polivitaminico “Fatrovit
m”. Si ricava poco più di mezzo Kilo di pastoncino
al 18% di proteine nobilissime, in grado di sostituire ampiamente
l’uso dei vermi (camole, tarme, ecc.) e semi germogliati.
In più è molto appetito anche da soggetti che non
lo hanno mai mangiato prima. Come sono arrivato a questa formula
è un’altra storia). La parte solida del latte si ricava
portandolo ad ebollizione e versando 4 cucchiaia d’aceto di
mele (6% acidità), a questo punto si separa l’acqua
con il colino, e dopo una piccola strizzata si mette in un tritatutto
con gli altri ingredienti.
L’alimentazione giornaliera in media è costituita dal
50% da pastoncino (una linguetta), 25% da scagliola e 25% da perilla.
Durante il periodo della muta un po’ di girasole nero tritato
e in primavera, se necessario ad alcuni soggetti, qualche chicco
di canapuccia. Durante le cove tendo a trascurare l’apporto
di perilla in modo da aumentare il consumo di pastoncino (circa
2 – 3 linguette a testa).
Di solito aspetto che le femmine, da sole, incominciano a dare segni
d’impazienza per la deposizione. A volte qualcuna depone alcune
uova a terra perché non ha ancora il nido e il maschio. Dispongo
le femmine negli scomparti laterali del gabbione in 40x40 con il
nido, e lascio lo scomparto centrale vuoto. Nello scomparto centrale
alterno il maschio o i piccoli alla bisogna.
Quello che reputo “la tragedia del mio allevamento”
è che di solito i maschi sono sempre un po’ in ritardo.
La prima covata vede in media il 60% d’uova sterili. Forse
perché ho sempre selezionato per le femmine. Ora mi ritrovo
con femmine che partono subito e fanno anche 6 – 7 uova ma
i maschi non sono all’altezza.
Ogni anno trattengo le femmine che hanno dato i migliori risultati
e una parte delle figlie. L’anno successivo con le anziane
vado tranquillo, mentre con le giovani adotto un sistema per assicurarmi
che allevano. Metto ad incubare sotto la cardellina le uova di una
canarina già incubate da 2 giorni, e sotto la canarina le
uova della cardellina. In modo che, il giorno che nascono gli incardellati
sotto la cardellina mi assicuro che li imbecca. Ovviamente dopo
altri 2 giorni nascono i cardellini (sotto la canarina), inverto
i nidiacei restituendo i cardellini alla cardellina che ormai alleva
abbondantemente.
Qualora da parte della cardellina c’è un comportamento
anomalo (butta i piccoli fuori del nido, non imbecca, o abbandona)
passo i piccoli di cardellino ad una incardellata che poveretta
cova a volte per tutta la stagione le sue uova sterili. Di solito
alla seconda covata le cose si normalizzano.
Sconsiglio vivamente di metter a balia i cardellini alle canarine
per tanti motivi e per una questione di “imprinting”.
In media a fine stagione da 2 covate ho circa 4 – 5 piccoli
per coppia. Mi propongo di riuscire ad eliminare il danno della
prima covata selezionando maschi più focosi.
Per altre e più approfondite notizie invito a visitare il
mio sito internet: www.webalice.it/francomonopoli